Tuesday, January 9, 2018

Smokin' Cebu Island (not what you think)

Despite the last minute planning, I managed a short trip to the Philippines for the year-end holidays.

The Philippines are a nation made of about 7,600 islands, and only 11 of those are inhabited. The Spanish colonisation (like, for about 300 years) left marks lasting until the present day: the country’s religion is Catholicism, the cuisine is heavily influenced, cities and roads have Spanish names, and a lot of people too have Spanish names. I mean, even the archipelago’s name, is dedicated to Philip of Spain!!

Of all islands, I picked Cebu, the easiest to get to by airplane from Japan. I was greeted by an amazing array of colours, and palm and banana trees everywhere, but lots of traffic (of the annoying variety, that of tricycles and overfitted scooters). The skies were so blue, constantly speckled by very white clouds. The sea was all shades of blue and green, beaches white and the sand super fine. 

There are million of things one could do in Cebu island, other than the obvious beach-hopping and snorkelling in case one’s not up for 2nd degree burns: diving, watching dolphins, swimming with whale sharks, climbing (if the weather is good), swimming under a waterfall, canyoneering, checking out the cities historical sites (mainly churches, actually), visiting the markets, catch ferries to nearby islands, and more.

I stayed in a small family-run resort on the west coast, where each room was a separate bungalow overlooking the sea. I didn’t like the beach there, so I rented a scooter and visited a few beaches in the south of Cebu: Lambug in Badian, White Beach in Moalboal, Tingko in Alcoy on the east coast. They were more or less touristic, more or less serviced and more or less crowded, but all of them featured a karaoke hut (they do love their karaoke there, man). Mostly, these beaches were locals’ hangouts, and everywhere I went I felt very uncomfortable, because I was constantly, openly stared at. I was told it’s because filipinos are not used to show a lot of bare skin, but then I was stared at everywhere, not just while in a bikini at the beach.

These beach-hopping trips gave me an idea of how most of the people live in the Philippines: basically in poverty. Their houses would be simple sheds made of wood or bamboo, looking so fragile that it’s no surprise many of them are washed away into the sea every time there’s a typhoon. People have no hot water, no gas, no electricity, they was themselves and their clothes in rivers, or using public water faucets, and burn stuff SO MUCH AND SO OFTEN (wet leaves, all smoke) that I found it hard to breathe when I was driving around. To them, white visitors represent walking dollar signs: kids stalking you singing christmas carols, random “owners” asking you to pay for the rent of such and such item or bench, beach sellers trying to sell you overpriced beers and ice creams, and so on. I even wondered whether my frequent flat tyre episodes (2 times in 3 days caused by nails on the roads) and the coincidental dude willing to “help” (for a few bucks, of course) were truly accidental…

I frequently spotted cows or goats by the roadside, tied on a rope so that they wouldn’t run under (or over) a car. Roosters were also kept pretty much at every household, on a rope as well, and in isolation as they are used in cockfights.  People, especially children, also seem to spend a lot of time by the roadside, yelling “hey” and “hello” to any white person passing by. Although a bit annoying after some time, their being out on the streets is no big deal during the day, but becomes super dangerous at night, because there’s no light at all. I wonder how many of those folks get hit by a car or motorbike… 

The resort I stayed in was on the west coast of Cebu, and was much more isolated than I had imagined (not that I minded, though). The place was only a 90km ride south form the airport, but it took my hired driver 4 hours to drop me at my destination, because the only one road looping around the island was in very bad conditions, not to mention the people, and tricycles and cars drivers not giving a thing about hindering the traffic. Kilometre by kilometre, civilisation seemed to be swallowed by the jungle: no shops, no supermarkets, no restaurants, nothing. If I wanted to go to a convenience store, say, I had to drive 25km. I mean, it’s not that bad when you are on a holiday in a tropical island and have a scooter…but, still, sucks.

The east side of Cebu island, instead, was way more developed (and, ehm, wealthier?) than the west side. The towns I passed had more bakeries, shops, convenience stores (gasp!), most houses were big and made of solid bricks, there were restaurants and more beach resorts. I figured that was because the main Cebu airport being on the east side, it must be easier and faster to get to the nice resorts there rather than over to the west side (which also involved crossing over the mountains). Anyway, sitting on my bungalow porch and watch the sunset every evening was definitely the happiest way to end each day.

Besides, how could have I not stayed in a place that’s called Alegria (happiness in Spanish)?

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Per le ferie di fine anno, nonostante la prenotazione all’ultimo minuto, sono riuscita a organizzare un breve viaggio alle Filippine.

Le Filippine sono una nazione fatta di isole, circa 7,600, di cui solo 11 abitate. La colonizzazione spagnola, durata ben 300 anni, ha lasciato segni indelebili, visibili ancora oggi: la religione principale e’ il cattolicesimo, la cucina e’ ricca di piatti spagnoli, strade e città hanno nomi spagnoli, persino la gente ancora oggi ha nomi spagnoli. Che poi, voglio dire, anche il nome Filippine, e’ in onore a Filippo II di Spagna.

Tra tutte, ho scelto l’isola di Cebu visto che e’ quella più facile da raggiungere da Tokyo. Sono stata benvenuta da una serie di colori meravigliosi, alberi di palma e banane ovunque, ma anche tanto traffico (di quello antipatico fatto di motocarrozzette e motorini stracarichi). Il cielo era blu ma proprio blu, chiazzato di nuvole bianchissime. Il mare era di ogni gradazione possibile di blu e verde, la sabbia bianchissima e fine.

A parte le attività ovvie tipo andare in spiaggia e immersione, nel caso ustioni di secondo grado non fossero gradite, ci sono tante altre cose che si possono fare a Cebu, ad esempio tuffarsi nelle rapide e cascate dei fiumi, scalare le montagne, nuotare con gli squali balena o con i delfini, visitare i siti storici (che poi alla fine sono chiese, per la maggior parte), prendere il traghetto per visitare altre isole, eccetera.

Ho pernottato in un piccolo resort a gestione familiare nella costa ovest di Cebu, dove ogni stanza era di fatto un bungalow con vista mare. Siccome non mi piaceva la spiaggia li, ho affittato uno scooter e sono andata in giro per le spiagge dell’area: Lambug a Badian, White beach a Moalboal e Tingko a Alcoy, sulla costa est. Queste spiagge erano più o meno turistiche, o più o meno servite, o più o meno affollate, ma tutte proprio tutte avevano una capanna col karaoke (questi proprio adorano il karaoke!). Fondamentalmente le spiagge erano frequentate da gente del posto, e ovunque andassi mi sono sentita a disagio visto che tutti ma proprio tutti mi fissavano in continuazione. Dice che e’ perché i filippini non sono abituati a gente in costume, ma a dire il vero a me mi osservavano ovunque, non solo in spiaggia.

I miei viaggi alla scoperta delle spiagge di Cebu mi hanno anche dato una opportunità per capire come vivono qui nelle Filippine: essenzialmente in povertà. Le case erano per lo più baracche di legno o bambù, e non mi meraviglierebbe di certo vedere sta capanne scivolare sul mare ad ogni tifone. Le famiglie vivono senza acqua, elettricità, usano l’acqua dei fiumi, e soprattutto bruciano in continuazione al punto che a me risultava difficile respirare. Ora mi e’ chiara l’insistenza loro nel perseguitare i ricchi turisti: i bambini cantano canzoncine di natale, oppure spunta sempre con gran tempismo il “proprietario” dell’ombrellone dove ti stai riparando per fartelo affittare, o birra e gelati in spiaggia costano sempre il doppio. Ho anche dubitato della casualità delle mie gomme forate (2 volte in 3 giorni) e della fortuita presenza di gente pronta a darmi una mano…

Sul ciglio della strada c’erano spesso mucche o capre, legate in modo da non farsi mettere sotto da una macchina. Anche di galli ruspanti ne ho visti parecchi, sempre legati e chiusi nelle loro piccole gabbiette in isolamento perché usati per i combattimenti. A dire iil vero anche le persone, soprattutto bambini e ragazzi stavano praticamente sempre lungo la strada, gridando ai turisti. Sebbene queste loro abitudini possano risultare antipatiche dopo un po, fino a che e’ giorno va bene, ma non oso immaginare quanti di loro rischiano di essere investiti quando arriva la sera, visto che e’ tutto al buio…


Il resort dove ho pernottato si trovava sulla costa ovest di Cebu, ed era molto più isolato di quanto pensassi (che non mi e’ dispiaciuto), a circa 90 km dall’aeroporto. Nonostante ciò mi ci sono volute 4 ore di macchina per arrivare, visto che l’unica strada nell’intera isola era in pessime condizioni, per non parlare poi della gente che con la loro noncuranza intralciavano di parecchio il traffico. E cosi, chilometro dopo chilometro, ho visto sparire la civilizzazione ingoiata dalla vegetazione: niente ristoranti, negozi, niente di niente. Per andare a un minimarket mi dovevo fare 25km in scooter. Voglio dire, quando si e’ in vacanza in un paese tropicale la cosa non dispiace, ma e’ comunque una noia se lo si deve fare spesso.

La parte est di Cebu invece era più modernizzata, e forse più ricca, visto che le cittadine che attraversavo avevano panetterie, ristoranti, molti resort e le case erano per lo più in mattoni. Mi sono spiegata la discrepanza pensando che, essendo l’aeroporto sul lato est, magari raggiungere il sud dell’isola da quel lato e’ più conveniente, piuttosto che attraversare le montagne e raggiungere il lato ovest.  E pero’, il fatto di potermi sedere tutte le sere sul terrazzo del mio bungalow e guardare il tramonto ogni sera mi metteva di buon umore.

Del resto, potevo non stare in una cittadina che si chiama Alegria?















Sunday, December 24, 2017

Closing in

There is something blissful and soothing in being home alone on a  Sunday night, even when it is a night before Christmas. 

It is the preparing of your own dinner, at your own pace, it is the quiet and silence of your own place, it is your feet keeping warm, the thought of the imminent year-end break.

For some reasons, I prepared a three course meal for myself today, an awesome colourful salad with home-made yoghurt-based caesar salad, oven baked pasta and yoghurt and berry dessert. Not sure why. Maybe I simply wanted to clean up the fridge, subconsciously wanting to get rid of the clutter, both material and mental, for the year…

Once again this year I didn’t plan much of a winter vacation (or shall I say summer vacation), and my beloved Australian second home must sadly wait for better times.

Day by day, gene by gene, result by result this year was the year of the so long awaited (and wished, and despised, and cursed, and reconsidered) PhD application journey. Not that I obtained my title, yet; but I eventually managed to collect all the scientific proofs I needed in order to apply to defend. 

It is not over yet of course (this is actually just the beginning), but I can at least now say that I am standing on grounds more solid than, say, 12 months ago. I will perhaps summarise all the highs and lows and turmoils in a separate dedicated post, once I will have left all this behind me. For the time being, I won’t sing victory until I will bite into the dissertation.

However, going back to the practicalities, until more or less a month ago I had no clue of what was going to be of me, and that meant I couldn’t plan my holidays. Nor could I plan anything else, for that matter. This made me reconsider the (in)famous Japanese punctuality, precision and organisation. Pffffff!

Good news are I managed to at least make a plan for the end of the year, with the hope that no major F-ups happen while I’m away. 

I close with my best wishes of a happy, glamorous and fun end of this year and beginning of the next year. You’ll hear from me soon again.

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C’e’ qualcosa di gioioso e confortante nell’essere soli a casa una domenica sera, anche quando e’ la sera prima di Natale.
E’ il preparare la propria cena, con calma, e’ la pace e il silenzio di casa, e’ l’avere i piedi al caldo, il pensiero dell’imminente pausa di fine anno.

Per non so quale motivo preciso, mi sono data a un menu completo per la serata, un’insalata colorata e salutare condita con una salsa allo yogurt fatta in casa, una bella pasta al forno e un dolce di yogurt e frutti di bosco. Forse questo sforzo culinario dipende dal fatto che volevo svuotare il frigo, come se inconsciamente mi volessi disfare di tutto il disordine, sia mentale che materiale, prima della fine dell’anno…

Anche stavolta non ho programmato niente di eclatante come ferie, e la mia solita visita alla mia familiare Australia deve ahimè aspettare tempi migliori.

Giorno dopo giorno, gene dopo gene, risultato dopo risultato, questo e’ stato l’anno della cosi tanto attesa (e desiderata, e odiata, e maledetta e riconsiderata) richiesta di dottorato. Non ho ancora il titolo, sia chiaro, ma almeno sono arrivata al punto da poter raccogliere tutte le prove scientifiche necessarie per poter far richiesta di tesi.

Prima che sia finita (sono solo all’inizio) ce ne vuole, ma almeno adesso posso dire di essere in una situazione migliore rispetto a, tipo, 12 mesi fa. Può’ darsi che faccia un sommario di tutti gli alti e bassi della storia in un post dedicato, ma solo dopo che questo percorso me lo saro’ lasciato alle spalle. In base allo stato delle cose, non canto vittoria fino a che non possa prendere a morsi la tesi.

In ogni caso, tornando alle cose pratiche, fino a più o meno un mese fa non avevo idea di cosa e quando fare, cosi che non ho programmato nessuna vacanza. Beh, non ho potuto programmare nulla, chiaro. E devo anche dire che ora mi ricredo sulla tanto famosa organizzazione e precisione dei giapponesi.

Per lo meno la buona notizia e’ che per la fine dell’anno ho un piano. E speriamo che mentre saro’ via non succedano danni seri.


Finisco con l’augurarvi una felice, entusiasmante e piacevole fine di quest’anno e inizio del nuovo. A presto.
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Friday, December 22, 2017

Cannoli cook school

For reasons linked to work, and which I don’t think I should mention, I haven’t had much free time the past weeks (as usual, lately). And so I didn’t have time to share some of the fun things happening around here with my readership.

The other day I finally, for the first time ever, tried to make a Sicilians’ favorite dessert: I set out to make cannoli. OK, you don’t know what cannoli is….

Imagine a 10cm pipe. Imagine this pipe as a crunchy, liquor-infused, deep fried shell of thin home made dough. Imagine those pipe-shaped shells stuffed with ricotta cheese cream. There you go. You’re welcome.

Because I sort of had the idea to propose this dessert as one of my cooking classes menus, I had to first test it entirely to make sure it would be doable within the three hour class I usually give. So I asked some of my most loyal students to show up at mine for a trial. They not only showed up, but brought a whole lot of snacks, dips, munchies, and drinks with them, so that after the work was done we enjoyed dinner together.

For the trial, I decided to prepare three different creams for the filling: a beautiful dark chocolate ganache, a classic vanilla custard cream and the queen of creams, ricotta cheese. This was the first time in my life that I made the dough for the cannoli shells from scratch, and I even used the pasta machine to get the right thinness of the dough sheets. I let my guest students try their luck as well at the pasta machine, with awesome results. Even the deep frying went smoothly, without anybody getting burned by accidental spills of boiling oil, and the shells were just right.

I can’t but say that the event was a total success. After they all left, I prepared a new batch of cannoli, as I wanted to bring them to work the next day, for we had a small year-end party.

I shall just say that a whole bunch of other deserts were left untouched, while my cannoli vanished. Best customer reviews ever?

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Per questioni di lavoro, e di cui non parlo proprio, non ho avuto tanto tempo libero in queste settimane (e ultimamente accade spesso), quindi non ho neanche avuto il tempo di condividere coi miei lettori alcuni fatti piacevoli che sono accaduti.

L’altro giorno, finalmente, per la prima volta ho provato a fare un assoluto favorito dei siciliani: i cannoli.

Ora, avevo quest’idea di proporre un menu di cannoli per le mie lezioni di cucina, ma prima di ciò dovevo capire se fosse fattibile per le normali tre orette di classe (di solito durano tanto). E alla fine ho chiesto ad alcune delle mie fedelissime e affezionatissime studentesse di presentarsi a casa mia per una prova generale. Loro, non solo si sono precipitate ma hanno anche portato una carrettata di snack vari, tramezzini, salse, verdure e bevande cosi che dopo aver finito con le prove di cucina ci siamo godute una bella cenetta tutte assieme.

Per questa prova ho deciso di preparare tre creme diverse: una bellissima ganascia al cioccolato fondente, una classica crema pasticciera e ovviamente la regina delle creme, la ricotta (beh, facsimile eh?). In particolare questa e’ stata la prima volta che ho anche provato a tirare la pasta per le bucce dei cannoli, e ho pure tirato fuori la macchina per la pasta, cosi da essere sicuri che le sfoglie venivano tutte dello stesso spessore. Ho fatto anche provare le mie amiche, che devo dire se la sono cavata benissimo alla macchina. Persino la frittura e’ andata alla grande, senza incidenti dovuti a improvvisi spruzzi di olio bollente o cose del genere.

Non posso che dire che l’evento e’ stato un successone. E dopo che le ragazze sono andate via, ho preparato un altro bel carico di cannoli da portare il giorno successivo al lavoro, visto che si festeggiava la fine dell’anno tra colleghi. 


Dico solo che mentre gli altri dolci sono rimasti intatti, i miei cannoli si sono volatilizzati. Forse la miglior valutazione da parte del cliente.






Thursday, November 30, 2017

Of horse races, golf and picnics

To continue with the mission I mentioned in my earlier post, I satisfied my foliage wishes by picking a new park over the weekend, the Negishi forest park (根岸森林公園). And it definitely fits the name it bears, as it covers a large area and most of it is made of tall trees, giving the impression to be in a forest.

Not too far from the busy hub that is Yokohama, hidden in the middle of a placid urban jungle made of single houses and small apartment buildings, is the huge green lung of Negishi park. The train station is anonymous, and there isn’t much around it that would suggest people actually live in there. To reach the park I had to go up and down the hill -we are in the hilly area of Yokohama here, in fact- and eventually I could spot the green, yellow, orange and red treetops that led me to the park.

Originally (I mean in the 1800’s) this park was a hose race track, mainly frequented by foreigners living in Yokohama. The old main entrance, still up today and marked by an iron gate featuring horse decorations, leads to the grandstands people used to watch the races from. They are now in ruin, eaten up by the ivy and off-limits, but the observation platform surrounding the structure offers great views of all the hills in the distance, not to mention the views of Yokohama’s Minatomirai district and even of Fuji on a clear day.

The oval-ish shape of the race track is still kept in today’s park design, nicely paved and complemented by dozens of other trails that traverse the park for the joy of runners and people who like to take lazy strolls. But, a quick research about this park revealed that after being a horse racing facility for about 80 years, the place became a golf course. That was after  WWII, when the american forces occupied the place. Then, around the 70’s the area was returned to the city of Yokohama, and was transformed into the pretty park it is today and opened to the public. Even today, the area adjacent to the park is american territory, in the form of housing quarters for the navy (based in Yokosuka, not too far from Yokohama).

Anyway, the park is gorgeous, the central part (inside the old race track) is just open grass for picnics and for people to play sports. The outer sides are all covered in trees, which delight the Japanese both in spring with the cherry blossom and in autumn with the read leaves. There is also a little pond, which is not extremely charming but is nicely tucked under the pine and oak trees.

The day I went was sunny, but windy. However, it was nice to be there and get a change to take some nice photos of the crackling leaves fallen off the many trees or of the leaves’ chromatic variety. Despite the wind, many families, people walking their dogs, joggers were in the park. It was a good “discovery”, and a place I could see myself go more often.

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Continuando con la missione di cui ho parlato nel mio post precedente, ho cercato di soddisfare il mio desiderio di osservare i colori autunnali scegliendo un altro parco per il fine settimana, il parco-foresta Negishi  (根岸森林公園), che sicuramente fa onore al suo nome visto che occupa una vasta area ed e’ coperto da alberi alti e frondosi.

Non troppo lontano dalla vivace Yokohama, nascosto nel bel mezzo della placida giungla urbana fatta di case singole, si trova il polmone verde del parco Negishi. La stazione più vicina e’ proprio anonima, e la mancanza di attività intorno fanno pensare che nessuno abiti li. Per raggiungere il parco mi e’ toccato un lungo saliscendi -qui infatti ci troviamo nell’area collinare di Yokohama- e alla fine ho raggiunto il parco dopo aver individuato le cime colorate degli alberi nel parco.

Originariamente, intorno al 1800 dico, questo parco era un ippodromo frequentato dai tanti stranieri che vivevano a Yokohama. La vecchia entrata e’ ancora intatta, fatta da un cancello di ferro con intarsiati dei cavalli in metallo, che conduce alla tribuna da cui si osservavano le gare. Ora la tribuna e’ praticamente una costruzione in rovina, coperta da edere e circondata da una recinzione. E pero’ proprio li c’e’ uno spiazzo da cui si ha una bellissima vista delle colline circostanti, oltre che i palazzi di Yokohama e, in una giornata limpida, persino il monte Fuji.

La pianta del parco mantiene ancora la forma ovale della pista da corsa, oggi pavimentata a dovere e completata da vari altri sentieri che venano l’intero parco. Sono proprio perfetti sia per chi vuole correre, sia per chi vuole solo passeggiare. Una veloce ricerca sul parco suggerisce che dopo i lunghi 80 anni in cui faceva da ippodromo, l’area fu trasformata in un campo da golf dalle forze americane che si erano li stabilite nel secondo dopoguerra. Verso gli anni settanta il lotto di terra venne ceduto all’amministrazione comunale che lo apri’ al pubblico come parco.

Tutt’oggi il parco resta bellissimo, con la parte centrale un vasto tappeto verde su cui si può correre, giocare e sdraiarsi, e la parte esterna che fa da foresta, con una scelta di alberi tale da accontentare tutti a ogni stagione. C’e’ anche un piccolo laghetto che non e’ un granché, pero’ e’ ben posizionato all’ombra di frondosi pini e querce.

Il giorno che sono andata al parco Negishi era soleggiato ma ventoso. Ma e’ comunque stato bello andare da qualche parte ancora inesplorata e provare a fare qualche foto interessante, il manto di foglie per esempio, o le variazioni cromatiche. A dispetto del vento, c’erano molte famiglie o gente che portava a spasso i propri cani. Tutto sommato e’ stata una bella “scoperta”, e un parco a cui potrei tornare spesso.









Thursday, November 23, 2017

Nogeyama, a city park with a zoo

Two are the reasons why people don't explore the place they live in, be as small as a town up to an entire country, and both are connected to time: either they assume they'll have time because they live there, or they have lived there long enough not to be so flattered anymore.

Guilty of the latter, I haven't been hunting for foliage spots in ages, and not just because of the lack of destinations…there are always new places to go and see, in fact, but…you know…daily life…

Anyway, I had decided to embark on a small mission this season, that is checking out a handful of new places near my town come the autumn colours. Surprisingly enough, there is a large park with even a zoo (free entry!) in the middle of Yokohama called Nogeyama. The little side street leading to the park form the nearest train station is intentionally called Daibutsuen-dori (zoo street), and is decorated with flags picturing the animals in the zoo. Being intrigued, on a sunny day I went to see the park.

Indeed, this blob of green is a mere 10 min walk from the bay, sitting on a hill and giving a pretty view over the city, cut across by a road. One side of the park is almost entirely dedicated to the city zoo, which is always crowded with families given that there’s no entry charge. And because of that, I steered clear. A smaller portion of this green space is a nice forest-like area, with paved trails going up and down the hill, a pond, and a few benches were to sit. 

The other side of the park, on the other side of the road, is flat and basically consists of a grassy lot (the picnic area), and an observation platform. The value of this part is indeed in the view, as the park sits on one of the hills that surround Yokohama, and it is a nice view, I have to say. All around the grass lawn are stone walls, flowerbeds with roses, benches.
What I found odd was the presence of only a few trees in the flat picnic area…basically there was little chance to sit under the shade. While that might be nice in winter as people would prefer the warmth, it surely doesn’t work in summer. But I see the potential of the place for, say, summer nights as a spot to watch the sunset, or the night city lights.

There are also statues of famous merchants, Japanese and foreign, who did contribute to the economical growth of Yokohama…the hills around this town are in fact famous for being the preferred location for all traders coming to Japan form Europe. Reading up about the park, I learned that since most of the settlements were destroyed during an earthquake at the beginning of last century, the city administrators wanted the park to stand as a memorial. That explains the busts and all, but it doesn’t explain the monument to the summer olympics of 1964…but after all, the volley venue was in Yokohama, so it might fit.

Definitely check out Nogeyama park if you are in the Yokohama bay area, as it really cancels the bustle out and allows for some clarity of mind.

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Sono due i motivi per cui la gente non esplora il posto in cui vive, sia esso una città o una intera nazione, e entrambi hanno a che fare col tempo: o pensano di avere tempo perché vivono li, oppure perché vivono li da tempo non sono più cosi affascinati.

Colpevole del secondo motivo, sono secoli che non vado alla ricerca di posti nuovi, e non certo per la mancanza di destinazioni…ci sono sempre posti nuovi da visitare infatti, e pero’…si sa…il trantran quotidiano…

In ogni caso, avevo deciso recentemente di iniziare una nuova missione, in cerca di nuovi posti vicini a casa per osservare i colori autunnali. Difatti, ce ne sta uno, con addirittura uno zoo (ad ingresso libero!) proprio nel mezzo di Yokohama che si chiama Nogeyama. La stradina che conduce al parco dalla stazione più vicina si chiama, intenzionalmente Daibutsuen-dori (via dello zoo), ed e’ ornata di bandierine raffiguranti gli animali nello zoo. Spinta dalla curiosità, un giorno di sole ho deciso di tentare la sorte e visitare il parco.

Questo piccolo polmone verde e’ davvero a 10 minuti dalla baia, situato in cima a una collina e tagliato in due da una strada. Una parte del parco e’ dedicata allo zoo, che e’ sempre invaso da famigli visto che non c’e’ costo per l’ingresso. Ovviamente, io me ne sono stata alla larga. Una piccola porzione di questa parte di parco e’ poi molto graziosa, una sorta di piccolo bosco con vialetti che vanno su e giù per la collina, un laghetto con anatre, e panche su cui riposare.

L’altro lato del parco, invece, e’ praticamente piatto e consiste in un grande prato su cui si può organizzare i picnic, e un osservatorio. Il valore aggiunto di questa sezione del parco e’ in effetti la vista panoramica. 

Quello che mi e’ sembrato strano e’ che praticamente non c’era ombra, visto che non c’erano se non due o tre alberi. Ora, magari in inverno sta bene, visto che uno vuole crogiolarsi al sole, ma in estate sta cosa non funziona. Pero’ posso intuire il potenziale del luogo, tipo nelle sere estive per osservare il tramonto o le luci della città.

Sparse nel parco si trovano anche monumenti e statue commemorative, in memoria di mercanti sia giapponesi che stranieri che hanno contribuito alla crescita economica di Yokohama…infatti, le colline intorno sono anche famose per essere state la meta preferita degli europei per stabilirsi. Scoprendo di più sul parco, pare che dopo un terremoto nei primi del novecento la maggior parte degli edifici europei furono distrutti, e in memoria del triste evento l’amministrazione comunale ha usato il parco come memoriale. Un monumento distinto e’ invece quello dedicato alle olimpiadi di Tokyo del 1964…possibilmente, dovuto al fatto che il sito per la pallavolo era proprio Yokohama.

Se vi trovate a Yokohama vicino alla baia, fate un salto al parco Nogeyama, per annullare i rumori cittadini e trovare qualche minuto di pace.










Tuesday, November 21, 2017

Lifestyle -- Medical care

Let’s consider one important aspect of Japanese society and somewhat lifestyle: let’s delve into the medical care system in Japan. 

First of all, everyone in Japan must have an health insurance, which is provided either by the government or by the company one works for and insurance conditions vary depending on the monthly premium paid. This translates, in general, to a 70% reduction on the costs incurred at every medical visit or consultation (the rest is covered by the insurance).

Now, there are two kinds of receiving bodies: hospitals and clinics. Unless there’s an emergency and ambulances involved, people seeking medical attention go to a clinic first. Clinics are usually ran by a specialist (Japan has few general medicine doctors and tons of specialised ones), are smaller than a hospital, and are often named after the principal (so if the doctor’s name is Suzuki, the place will be called Suzuki clinic). They mostly look like business offices, as they have business hours, holidays, and such. If doctors in the clinic can’t treat the patient, they will send the person to the most suited place (together with a referral letter), be it hospital or other clinic. Visiting hospitals directly without referrals is possible, but if not for emergencies it results in a huge first-time handling fee.

Like everything else in Japan, be it a clinic or a hospital, the business-like organisation and efficiency are top notch. There is a check-in area, where pink uniformed mono-lingual, mono-tasking female operators handle your files, your insurance, your appointments, and redirect you to the appropriate visiting room and later, after whatever procedure or consultation, your payments. They always dismiss patients with a mechanical お大事に (odaijini, or get well soon) greeting, regardless. Classical music played in the background (one even had a creepy auto-playing piano) seems to be the only option. One hospital I once visited had a tremendous amount of secretaries at the reception area: one at the information desk, one that handled first-timers, one that handled others, one that handled payments, and….one that provided slippers to all visitors before entering the hospital (as if one couldn’t change into slippers by fetching them oneself). And because in that hospital there was a second check-in area on the floor right above, patient files circulation was optimised by the use of a rail system that disappeared between floors delivering the stuff. A medical files rollercoaster woohoo! The Japanese are always one step ahead.

Patients are mostly received by appointment, sometimes even for going there the first time one has to make one. First-timers are handed a clinic/hospital card (each place has their own), which will be shown together with the insurance card at every subsequent visit to speed up the check-in process. Indeed, some of those cards have memory, keeping track of all your history of visits and payments. What’s surprising is that most of those places store all their patients information on paper, like in the dear old archiving days. And the swift secretaries know how to find everything quick, better than a computer algorithm. 

It is rare to find clinics and hospital with english-speaking doctors, let alone english speaking nurses. Their check-in forms, where they record all symptoms and personal info, even when translated into English are of no use (oftentimes I either tick boxes randomly or leave them all blank).

Also, getting prescription drugs is a fun experience. Once at the pharmacy, the customer gets the exact number of pills or other medication calculated based on the doctor’s indication, and with the weirdest dosage (like, three pills each time, three times a day…wtf), without packaging but put into separate ziplock bags…no more extra antibiotics, but lots of extra plastic to throw away…

Take care people!

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Andiamo a parlare di un aspetto importante della società giapponese e anche del lifestyle: addentriamoci nei meandri del sistema sanitario nipponico.

Innanzitutto, ogni cittadino in Giappone deve avere una assicurazione medica, o nazionale o privata a carico dell’azienda per cui si lavora. Le condizioni e i servizi ottenibili variano in base al tipo di assicurazione, ma in generale l’utente paga solo il 30% dei costi metre il resto e’ coperto dall’assicurazione.

Ci sono due tipi di strutture, cliniche e ospedali. A meno che non ci sia una vera emergenza, chi ha bisogno di cure si reca in clinica. Le cliniche sono in pratica piccoli ospedali, di solito gestite da un medico specializzato (ci sono pochi dottori di medicina generale e molti specializzati in Giappone) da cui prendono il nome (quindi se il direttore e’ un certo Suzuki, la clinica si chiama Suzuki). All’apparenza sono come uffici, con orari di apertura, ferie, chiusure, eccetera. Se un dottore in una clinica non ha modo di curare un paziente, lo raccomanda (tramite lettera scritta) o a un’altra clinica o ospedale. Andare direttamente all’ospedale senza raccomandazione e’ possibile, ma il conto da pagare come prima visita e’ salato.

Come per tutto il resto in Giappone, o clinica o ospedale, l’organizzazione e l’efficienza sono al top. C’e’ un’area accettazione dove operatrici in uniformi rosa, monolingue, mono-funzione trattano dati, assicurazione, appuntamenti dei pazienti, li indirizzano alla stanza per la visita e, dopo, organizzano il pagamento. Congedano poi sempre tutti con un お大事に (odaijini, o buona guarigione), a prescindere. Poi, pare che la sola opzione disponibile in quanto a intrattenimento sia musica classica. Una volta sono stata in un ospedale in cui c’era un esuberante quantità di segretarie: una al banco informazioni, una per gestire i nuovi clienti, una per gestire gli altri, una per i pagamenti, e… una per semplicemente passare le ciabatte ai nuovi arrivati (come se uno non lo potesse fare da solo) prima di entrare nell’ospedale. Tra l’altro, sempre in questo ospedale, c’erano due banchi accettazione, su due piani e quindi per ottimizzare la circolazione delle cartelle dei pazienti c’era un sistema di binari che scompariva tra i piani, dove un carrellino porta documenti faceva da spola come nelle montagne russe. Sempre un passo avanti sti giapponesi.

I pazienti vengono in genere ricevuti per appuntamento, anche per la prima volta. Ai clienti nuovi vengono date delle tessere (ogni ospedale ha la sua) che poi verranno utilizzate dalla volta successiva per velocizzare le operazioni di accettazione. Molte di queste tessere consentono infatti di memorizzare lo storico delle visite e dei pagamenti. Quello che sorprende, poi, e’ che la maggior parte di queste strutture archiviano tutte le informazioni sui pazienti su mezzo cartaceo. Le alacri segretarie poi si preoccupano di estrarre le cartelle giuste, a una velocità da far invidia a metodi computerizzati.


E’ raro trovare cliniche o ospedali in cui i dottori parlano inglese, e non parliamo poi delle infermiere. I loro moduli di accettazione, dove vengono selezionati sintomi e varie informazioni utili, anche quando sono tradotti in inglese sono praticamente inutili, tanto che io spesso o scelgo a caso oppure lascio tutto vuoto.

Anche andare a prendere dei farmaci prescritti dal medico e’ una avventura: in base alla prescrizione, il farmacista consegna il numero esatto di pillole o altra medicina suggerite del medico, che considerano il dosaggio e la durata della cura (che poi, tipo…tre pillole alla volta, tre volte al giorno…che dosaggio e’?), sfuse ma conservate in differenti buste di plastica..per la serie, niente antibiotici di scorta, ma un sacco di plastica di cui disfarsi…

Occhio, gente!

Wednesday, November 8, 2017

2017 Yokohama Triennale

On the last available day to see it, I attended the Yokohama Triennale, the famous modern art exhibition that every three years collects art pieces from worldwide artists under a theme. As usual, several of the works were difficult to understand, but again, modern art is not about understanding rather about what each person sees in it. In any case, I did like this year's triennale, successful in bringing up so many diverse topics and issues and showcasing so many varied artworks.

This year's concept was "Islands, constellations and Galapagos", all words that should allow to explore the themes of isolation, connectivity, diversity, environmental impact, imagination. I am just not sure about the "Galapagos" bit, but I can easily imagine how artistic my presence there would come to be (grin).

The exhibition was, as usual, split into several venues, the main one at the Yokohama museum of art, and two more at the Yokohama red brick house (Akarenga) space and at the Yokohama port opening memorial hall.

This last venue was a surprise, so I begin with that. The reason why it was "different" is that people who visit the memorial hall always see its beautiful theatre room, decorated ceilings and windows, and its elegant wooden staircases. Instead, the venue for the triennale exhibition was the basement of the historical building, which we entered from the outside, through a tiny door below one of the main entrances. It was a kind of a spooky experience, actually, as there were -on purpose- no lights and the caretakers went around holding portable flashlight. The works presented in here are by a Japanese artist, Y. Yuginori who is famous for creating sand paintings of flags and then releasing ants in the sand that will ultimately create their tunnels through them. The political position of Japan respect to the war is highlighted in his works.

The museum venue was filled with amazing stuff. One group, MAP office, proposed conceptual islands and other fascinating works focused on exclusion and environment that were created using different sea shells and dead, bleached corals. The theme of isolation was treated differently, some artists via hiding into manga culture, some others via documenting life of the Japanese 2011 tsunami survivors, particularly touching. An interesting piece, by the British artist Paterson Katie, was a beaded necklace that held the whole history of humanity and beyond: each bead was a fossil from a different geological time, and was only possible to see under a magnifying lens. Definitely among the coolest exhibits was that by the Propeller group, a ballistic gel block with trapped bullets (accompanied by a slow motion video of the firing and trapping in gel), standing as a reminder of the traumatic ugliness of war.

The remaining venue, the red brick house, hosted interactive artworks, involving visitors via videos, or sounds, or both. A series of crate boxes were the scene for everyday electronic appliances bound to electric guitars, instructive video lessons and photos showed how to use public monuments for physical training purposes. Then, the work that probably, IMHO, renders best the triennale concept was this by the Icelandic artist Kjartansson featuring a group of artists who were video recorded, each of them playing instruments in different rooms while listening to what the others played through headphones. A kind of reverse silent disco. That was amazing. One had to be there in the room, made dark and full of giant screens, to understand.

I am way too aware of the fact that I am not paying full justice to the exhibition with my cherry picked examples, and that I should perhaps write a series of posts, one for each artist. But here I finish, for now, and leave you with some pictures.

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L’ultimo giorno utile per andarci, sono stata alla Triennale di Yokohama, la famosissima mostra di arte moderna che ogni tre anni raccoglie lavori da artisti di tutto il mondo riguardo a una tematica. Come al solito, molte opere artistiche erano difficili da capire, ma alla fine l’arte moderna non e’ tanto capirci quanto quello che la gente di suo ci vede. Comunque, la triennale di quest’anno mi e’ piaciuta, in quanto e’ riuscita a congiungere cosi tanti tipi diversi di opere e a sollevare tanti temi.

Il concetto di quest’anno era isole, costellazioni e Galapagos, tutte parole che dovrebbero permettere l’esplorazione di temi quali isolamento, connettività, diversità, impatto ambientale e immaginazione.

Come ogni triennale, la mostra era suddivisa tra vari spazi, quella principale al museo d’arte di Yokohama e poi altre due al capannone di mattoni rossi (Akarenga) e alla sala memoriale dell’apertura del porto.

Quest’ultima e’ stata una sorpresa, quindi incomincio da qui. La ragione e’ che di solito la gente che visita l’edificio vede solo la sala teatro, i tetti e le vetrate decorate, e basta. Invece, per la mostra e’ stato usato il piano seminterrato del palazzo, da cui si entrava da una porta proprio sotto all’ingresso principale. E’ stata una sorta di esperienza inquietante, visto che non c’era apposta illuminazione di sorta, e i guardiani controllavano i biglietti alla luce di torce elettriche. Qui, un artista giapponese, Yugonori, famoso per creare dipinti di sabbia scavati da formiche. Nei suoi lavori in mostra e’ la posizione politica giapponese riguardo alla guerra.

Lo spazio del museo era pieno di cose pazzesche. Un gruppo, MAP office, ha proposto lavori particolarmente affascinanti centrati su esclusione e ambiente, tramite creazioni di isole fittizie con conchiglie e coralli morti. Il tema dell’isolamento e’ stato trattato in maniera diversa dai vari artisti, chi tramite la cultura manga, chi tramite la documentazione degli anni post-tsunami (questi abbastanza toccanti). Un pezzo interessante e’ stato presentato dall’artista britannica Katie Paterson che ha creato una collana di perle, in cui dette perle altro non erano che fossili diversi provenienti da un era geologica diversa. Di sicuro tra le cose più belle si annovera quello del gruppo Propeller, ovvero un gel balistico con proiettili intrappolati, accompagnato da un video a rallentatore dello sparo e fissaggio nel gel, che rappresentava le indelebili traumatiche memorie causate dalle guerre.

Infine, lo spazio al magazzino presentava lavori più interattivi, con video, suoni o entrambi. Una serie di casse in legno faceva da teatro a chitarre elettriche legate a oggetti di uso quotidiano, oppure video tutorial su come fare attività fisica sfruttando monumenti pubblici. Il pezzo che, secondo me, rappresentava meglio di tutti il tema di questa triennale e’ stato quello di un artista islandese, Kjartansson, che prevedeva diversi canali video, in ognuno dei quali si vedeva un musicista in una stanza che ascoltava gli altri musicisti attraverso delle cuffie e cercava di suonare in armonia con gli altri. Era proprio spettacolare, ma purtroppo bisognerebbe essere presenti per avere una idea di cosa significhi.


Ora, so benissimo che non sto rendendo giustizia all’intera mostra con i miei esempi selezionati, e forse dovrei scrivere dei post dedicati. Ma per il momento mi fermo qui e vi lascio ad alcune foto.

Yokohama Museum of art







Yokohama Akarenga






Yokohama port opening memorial hall






Saturday, October 28, 2017

October is the new June

It’s a slightly cold day, a bit cloudy. I am in a wonderful place in the mountains of central Japan, hiking a trail that leads me to a fabulous waterfall. I am happy to finally be out of town for a day, especially if the aforementioned day is a holiday for me and my coworkers alone, while the rest of people are at work like any other regular Monday…it is the day our institute celebrates the anniversary of its establishment as a research facility, an extra holiday very welcomed by everyone.

Except the holiday, which is a fact, the rest of the story only happened in my head, because such a trip never came to be. In fact, a super typhoon arrived to central Japan on that very day we had planned a one day trip for trekking in the forests of Yamanashi, foiling all plans. All weekend plans, for that matter.

I was hoping to collect some great writing material from that event, but now I can only imagine how it cold have been. Perhaps I will have to organise the same trip by myself, or perhaps I could make noise loud and long enough to Human Resources so that they’ll reschedule the event.

Anyway, truly this has been the ugliest October in the whole decade I am in Japan. It rained for 12 days in a row, as if we were in the midst of monsoon season. Glad I didn’t concretely plan activities in the open, they would have turned into a disaster. And as if the nonstop rain wasn’t enough, we even are experiencing all typhoons we didn’t see at the proper time (September). We had a one day break, and then rain started again. Guess what, there is another typhoon approaching just around this weekend. October is the new June…ridiculous, really.

I have seen some new people around the office this month, imagine how depressing the Japanese experience must feel to them, arriving in these s***ty circumstances.

It is easy to imagine that nothing and nothing at all happened to me these past weeks, with the exception that I could spend a few days with my favorite human the wolf-hound. Fortunately, those days were sunny and warm enough such that we enjoyed long walks and spent as much time as possible outside (chasing other dogs, birds and soccer balls). Speaking of quality time with pets, I can’t reiterate enough how good their company is for immediate relief and mood lifting. They are hard work, too, sure. But they warm your heart (especially if you, too, receive a howling of joy as a welcome greeting).

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E’ un giorno freddino, un po’ nuvoloso. Sono in un posto meraviglioso nelle montagne del Giappone centrale, camminando lungo un sentiero che mi porta a una cascata favolosa. Finalmente, sono contenta di essere via dalla città per un giorno, specialmente se il giorno in questione e’ una festività solo per me e i miei colleghi, mentre il resto del popolo lavoratore e’, come sempre ogni lunedi, a faticare in ufficio…e’ infatti il giorno in cui il nostro istituto celebra l’anniversario della fondazione, un giorno in più di vacanza che tutti apprezziamo.

Tranne che per la vacanza, che quella e’ un dato di fatto, il resto del mio racconto e’ solo nella mia testa, visto che quella escursione non c’e’ mai stata. Difatti, proprio nello stesso giorno pensato per una gita tra le montagne di Yamanashi, un tifone ha ben pensato di imbattersi nel Giappone centrale, forzando la ritirata. E rovinando tutti i piani per il fine settimana, tra le altre cose.

Speravo di raccogliere del bel materiale da scrittura da questo evento, ma ora posso solo immaginare come sarebbe stato. Mi sa che me lo dovrò organizzare da sola…oppure magari mi vado a lamentare alla sezione Risorse Umane dell’azienda fino a che ne riorganizzano un altro loro.

In ogni caso, davvero questo mese di Ottobre e’ stato tra i più tristi della mia esperienza decennale in Giappone. Ha piovuto per 12 giorni di file, proprio come succede nella stagione monsonica. Meno male che non ho organizzato piani concreti che prevedessero attività all’aperto, altrimenti sarebbe stato un disastro. Poi, come se gia la pioggia non fosse abbastanza, ci stiamo rifacendo per tutti i tifoni che non sono passati a tempo debito (settembre). Ci siamo goduti un giorno di sole e poi ha ripreso a piovere. E indovinate un po, giusto giusto a cavallo di questo fine settimana passera’ un tifone. Ottobre e’ il nuovo giugno, pare. Che tristezza.

Questo mese ho anche visto facce nuove in ufficio…immaginate come possa essere deprimente la loro esperienza giapponese in queste circostanze.


E’ facile immaginare che nella mia vita non sia successo proprio niente in queste settimane, fatta eccezione per aver trascorso un paio di giorni assieme al mio essere umano preferito il cane-lupo. Per fortuna quei pochi giorni erano soleggiati e abbastanza tiepidi da darci la possibilità di fare lunghe passeggiate e abbiamo passato quanto più tempo possibile all’aperto (a inseguire altri cani, uccellini, o palloni). Parlando poi di tempo trascorso con gli animali, non posso ripetere abbastanza di quanto la loro compagnia sia efficace per risollevare il morale generale. Certo, richiedono tanto lavoro, ma davvero ti riscaldano il cuore (soprattutto se anche voi come me ricevete lamenti di gioia come saluto di benvenuto).